Ricordo soprattutto la luce di quella domenica di maggio in cui giunsi trafelato presso la scuola dove faceva la scrutatrice per una tornata elettorale. Di certo non si aspettava di vedermi in quel luogo per giunta alle otto del mattino. Il fatto è che dovevo consegnarle una lettera. Parole scritte nella notte, piene di sentimento ma, come troppe cose nella mia vita, tardive.
Il giorno prima avevamo avuto una conversazione al telefono che s’era svolta pressapoco così:
─ L’hai poi presa quella decisione? Hai fatto ordine nei tuoi sentimenti?
─ Sì.
─ E cosa hai deciso?
─ Mi sono decisa per il sì e gli ho già detto che voglio stare con lui.
─ È questa persona lo sa già?
─ Ti ho detto di sì. L’ha saputo ieri.
Riuscii a chiedere chi fosse; il tono cedette un poco, ma lei non diede segno di averlo notato.
─ Non lo conosci. Non è di Milano.
─ Puoi dirmi come si chiama?
─ Ti ho già detto che non lo conosci ma presto lo presenterò a tutti.
─ Quando?
─ Presto. Sono serena ora, sai? Sento di avere preso la decisione giusta.
Non so come riuscii a dirle che ero contento per lei.
Della lettera che scrissi non ricordo una riga.
Ma era troppo tardi e quando le voltai le spalle dopo avergliela consegnata realizzai subito di avere commesso una sciocchezza. Non la sentii per una settimana finché non ricevetti una telefonata fredda e frettolosa in cui percepii l’imbarazzo e il fastidio di dovermi una risposta o un commento. Le parole le ho dimenticate ma non sono importanti perché il senso di avere perso su tutta la linea mi era già chiaro e l’avrei tastato con mano nei giorni a venire.