[...] Adesso che son qui, ad analizzarmi, sono colto da un dubbio: che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l'uomo ideale e forte che m'aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente.
[...] Nos despedimos en silencio. Pero cuando se había alejado unos pasos, se detuvo por un instante, se dio vuelta a medias, casi con timidez, y en su mirada me pareció advertir pena, ternura y desesperación. Pensé en correr hacia ella y en besar su cara ajada, sus ojos llorosos, su boca amargada; y en pedirle, en rogarle, que nos viéramos, que me permitiese estar cerca. Pero me contuve. Bien sabía que era utópico y que nuestros destinos tendrían que proseguir sin encontrarse, hasta la muerte.
[...] Ci congedammo in silenzio. Ma dopo essersi allontanata di qualche passo si fermò per un istante, si volse leggermente, quasi con timidezza e nel suo sguardo mi parve di avvertire pena, tenerezza e disperazione. Pensai di correre verso di lei e baciarne il volto sciupato, gli occhi colmi di lacrime, la bocca amara; e di chiederle, di pregarla che ci vedessimo, che mi permettesse di starle vicino. Ma mi trattenni. Sapevo bene che era un'utopia e che i nostri destini sarebbero dovuti proseguire senza incontrarsi, sino alla morte.
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
(E. Montale - Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale - Satura, 1971)
[...] La poesia nasce non dall'our life's work, dalla normalità delle nostre occupazioni, ma dagli istanti in cui leviamo il capo e scopriamo con stupore la vita (anche la normalità diventa poesia quando si fa contemplazione, cioè cessa di essere normalità e diventa prodigio).
Qui si capisce perché l'adolescenza è grande materia di poesia. Appare a noi – uomini – come istante in cui non avevamo ancora chinato il capo alle occupazioni.